Riflettori su 01 2025

06.02.2025

Quando si parla di “fare il bene”, non si tratta soltanto di fare ciò che è giusto, ma questo ci dà l’occasione di vivere la nostra fede e di far andare avanti il regno di Dio. L’apostolo di distretto John Schnabel, degli Stati Uniti, esamina da più vicino il nostro motto dell’anno.

 
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Quando si parla di “fare il bene”, ci si chiede spesso che ruolo ha per la nostra salvezza. E se è la fede o le opere che contano veramente. Certo, le buone azioni non ci portano da sole alla salvezza, ma le parabole di Gesù ci mostrano come diventino molto naturali quando la grazia di Dio ha trasformato la nostra esistenza.

Le parabole dell’albero e dei suoi frutti (Luca 6, 43-45), del giudizio contro le nazioni (Matteo 25, 31-46) e del buon Samaritano (Luca 10, 25-37) mostrano che le buone azioni testimoniano il fatto che Cristo dimori in noi. Queste storie ci insegnano che la vera bontà nasce dall’amore, dall’umiltà e da un cuore orientato verso il servizio agli altri, soprattutto quando è difficile.

 

Un albero e il suo frutto

Cosa ci spinge a fare il bene? Gesù disse ai suoi discepoli: “Non c’è infatti albero buono che faccia frutto cattivo, né vi è albero cattivo che faccia frutto buono; perché ogni albero si riconosce dal proprio frutto.” (Luca 6, 43-44). Chiunque segue Gesù Cristo sperimenta direttamente e consapevolmente la sua grazia e il suo amore, questo suscita automaticamente buone azioni. I frutti sull’albero mostrano che l’albero è vivo. Non sono i frutti che rendono vivo l’albero, ma testimoniano il fatto che l’albero è vivo.

Di conseguenza, o Cristo vive in noi e facciamo il bene, o non vive in noi e non facciamo buone azioni.

Nella parabola tratta da Matteo, c’è un aspetto interessante: coloro che erano seduti alla destra del re non erano nemmeno consapevoli delle loro buone azioni. E coloro che erano alla sua sinistra non realizzarono nemmeno che avrebbero dovuto agire. Ancora una volta le opere buone sono quindi un segno che Cristo vive in noi.

 

La parabola del giudizio delle nazioni

Conosciamo tutti la parabola di Gesù tratta da Matteo 25, nella quale il Figlio dell’uomo divide le pecore dai capri e ogni gruppo si chiede in seguito quando servì il re oppure no. La loro azione si misura per ciò che fecero ai “più piccoli”.

Cos’è “il più piccolo”? Penso che questo abbia più a che fare con il modo di vedere le cose e con il pensiero suddiviso degli uomini che con il valore di ogni individuo per Cristo. Non suddivide gli uomini come lo facciamo noi. Agli occhi di Cristo, non c’è “il più piccolo”, perché ogni essere umano ha lo stesso valore nella sua prospettiva eterna – ciò che sfugge ad ogni suddivisione umana e alle circostanze nelle quali gli uomini si trovino qui sulla terra. Se ci guardiamo gli uni gli altri alla luce della vita eterna – e la sua vita dimora in noi -, facciamo del bene a tutti gli uomini. In questo modo, non viviamo soltanto oggi già nel regno di Dio, ma siamo anche sulla buona via verso il futuro regno di Dio.

 

Il buon Samaritano

La parabola del buon Samaritano tratta da Luca 10, 25-37 ci apre prospettive importanti sul sacrificio di sé, sull’umiltà e su ciò che significa realmente l’amore per il prossimo. Un dottore della legge chiede a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” Gesù risponde con un racconto che mette in discussione le nozioni convenzionali di bontà e di carità. Egli illustra un amore che va oltre la semplice carità. Egli esorta ad un impegno disinteressato per altrui ed amplia – ancora una volta – la nostra comprensione per determinare chi dobbiamo servire.

Il Samaritano della parabola rappresenta una forma di compassione vasta e profonda. Non soltanto egli aiuta il ferito, ma prende tempo e paga l’oste affinché egli possa curare l’uomo. Gesù ci invita ad agire come il Samaritano. Vogliamo sacrificare il nostro tempo e la nostra comodità per il prossimo, anche se ci costa molto, non è confortevole e non si vede. Innanzitutto, il nostro servizio al prossimo deve essere caratterizzato dall’umiltà e dal desiderio sincero di rispecchiare l’amore di Cristo e non da un desiderio di riconoscenza.

La parabola evidenzia anche l’importanza delle opere buone come mezzo per professare la nostra fede. Tali azioni, se sincere e disinteressate, testimoniano la potenza trasformatrice di Cristo nella vita del credente. Come cristiani, vogliamo lasciarci “rallentare” da coloro che incontriamo. In altre parole, dovremmo sempre essere disposti ad aiutare le persone che incrociano il nostro cammino.

 

Sintesi

Nella preghiera del Padre Nostro chiediamo: “Venga il tuo regno”. Ma da questa richiesta emerge anche che dobbiamo essere attivi. In I Pietro 2, 9, coloro che credono sono definiti come “una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato.” È sia una vocazione che un dovere vivere la volontà di Dio portando attivamente la sua bontà nel mondo. Come strumenti del suo regno, serviamo l’attuazione delle sue intenzioni divine e contribuiamo a rendere la realtà del regno futuro tangibile per gli altri. Tramite le nostre azioni e la nostra testimonianza partecipiamo attivamente al compimento di questa richiesta e incarniamo il regno di Dio sulla terra.

Da questo punto di vista, è sempre tempo di fare il bene. Le parabole lo evidenziano. Vogliamo orientare la nostra vita 24 ore su 24 verso il messaggio del Vangelo e guardare le cose secondo il suo punto di vista. La sua vita deve portare frutto grazie alle nostre azioni e vogliamo andare incontro al nostro prossimo con sacrificio e misericordia – soprattutto quando è molto difficile.

 

Fotos: Foto NAK GD
Autor: John Schnabel
Datum: 06.02.2025
Themen: Glaube