Un grido di speranza

06.08.2024

“Eli, Eli, lama asabtani?” – È così che risuona il lamento forse più famoso della storia del mondo. Mostra la via da seguire per affrontare la sofferenza e il dolore: perché è giusto depositare ai piedi di Dio le proprie pene.

 
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“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”: Una delle ultime parole di Gesù sulla croce. Ma ciò che sembra così disperato, porta già in sé i semi della speranza. Perché il morente dice qui, prega l’inizio di un salmo.

 

L’esempio tipico

È il Salmo 22, il vicino discreto del Salmo 23, con il celebre inno “L’Eterno è il mio pastore”. E tutto inizia un po’ dopo nel capitolo: “Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi.” Chi non ha già sperimentato questo?

“Io sono come acqua che si sparge e tutte le mie ossa sono slogate”, riporta ancora il Salmo 22: “Il mio cuore è come la cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere.” Potrebbe essere peggio?

Ma improvvisamente, una svolta: “Ma tu, Signore, non allontanarti, tu che sei la mia forza, affrettati a soccorrermi.” E: “Ti loderò in mezzo all’assemblea.” Poi: “Poiché al Signore appartiene il regno, egli domina sulle nazioni.”

 

Il modello di base

Quest’evoluzione non è un’eccezione: molti salmi iniziano con un lamento e finiscono con una nota di speranza, a volte anche di gioia. Anche la disposizione dei 150 salmi è tale che vanno tematicamente dal lamento alla lode.

Da nessuna parte in tutta la Bibbia, il lamento di una sola persona rimane bloccato nella valle della disperazione. Infatti, all’invocare (“Signore, mio Dio”) subentra prima il grido di dolore. Ma molto velocemente arriva la supplica (“Aiutami”), poi seguono le dichiarazioni di fiducia (“Perché tu puoi”). E alla fine, tutto si scioglie: arriva la lode e la gloria di Dio.

Un modello per i credenti odierni?

 

La messa in pratica

Ma certo, eccola: oltre la supplica e la gratitudine, il lamento è generalmente un’altra forma di preghiera o un’eventuale componente di questa.

È ciò che ha mostrato come esempio il sommoapostolo Jean-Luc Schneider durante la preghiera introduttiva al servizio di consolazione celebrato in occasione della dipartita del sommoapostolo a riposo Richard Fehr: “Abbiamo pregato affinché potesse ritornare in salute. Ma non ci hai esaudito. Adesso, siamo rattristati e abbiamo bisogno del tuo conforto.” Ecco, Dio mio, adesso lo sai!

 

Gli effetti

La preghiera è potente …. E i lamenti ci aiutano!

  • Lamentarsi ci dà sollievo: è forse la prima volta che una realtà dolorosa è espressa senza mezzi termini. Questo toglie il peso di ciò che non si può esprimere e la pressione della negazione.
  • Lamentarsi genera una vicinanza: chi condivide con Dio la propria sofferenza e il proprio dolore non si allontana da lui, ma si volta verso Dio.
  • Lamentarsi rafforza la fiducia: chiunque confida la propria sofferenza a Dio, crede anche che sia capace di aiutarlo.

Sollievo, vicinanza, fiducia: lamentarsi, è il gemito della speranza e l’alito che prendiamo per il sospiro che si chiama consolazione. E aldilà di tutto questo, c’è la certezza: “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore.” Allora non ci saranno più domande: perché questo, perché quello? “In quel giorno non mi rivolgerete alcuna domanda.”

 

Fotos: Pixabay
Autor: Andreas Rother
Datum: 06.08.2024
Themen: Glaube